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La storia della Romagna

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Limiti

Confini geografici della Romagna

I confini geografici sono:
ad ovest il fiume Sillaro
a nord il fiume Reno
a sud-ovest lo spartiacque dell'Appennino tosco-romagnolo,
a est il mare Adriatico
a sud-est il promontorio di Focara vicino a Gabicce

Le province della Romagna

Ravenna - Forlì / Cesena - Rimini
e parte della provincia di Bologna (Imola)

 

La Preistoria della Romagna
(i Primi ritrovamenti)


La Romagna fu abitata già dall'epoca preistorica,
come dimostrano molti ritrovamenti:
il sito più famoso è situato a Monte Poggiolo
(Un colle facente parte di Castrocaro Terme di Forli).

Il Monte Poggiolo è un colle su cui sorge un interessante castello,
che deve ancora essere restaurato.
A poca distanza da esso, in una località chiamata Ca' Belvedere,
sono stati ritrovati, a partire dal 1983, migliaia di reperti risalenti
a circa ottocentomila anni fa, considerati di grande importanza per
la storia locale, ma anche per la
storia di tutta dell'Italia del Paleolitico.

 

I primi abitanti in Romagna
(Dagli Umbri ai Celti)

I primi abitanti dell'attuale Romagna
di cui si hanno notizie furono gli Umbri e gli Etruschi.
Tuttavia, circa nel 350 a.C. il territorio fu conquistato dal popolo
che dette la prima impronta alla Romagna: i Celti;
tuttavia questi popoli che già vi abitavano non
scomparirono totalmente.
Infatti, con ogni probabilità, il grande commediografo di Sarsina
(oggi in provincia di Forlì) Tito Maccio Plauto era di origine umbra.

Migrati dal nord, i Celti si stanziarono in Italia,
più precisamente nella Gallia Cisalpina, che è un territorio che parte
dalle Alpi e comprende la Pianura Padana, una parte dell'Appennino
settentrionale e dell'Italia nord-orientale.
Tra le numerose tribù celtiche scesero in Italia
anche i Senoni, i Lingoni, e i Boi.

Epoca Celtica

All'ondata celtica,
gli Umbri e gli Etruschi resistettero militarmente finché possibile,
per poi soccombere all'esercito avversario.
Sconfitti gli Etruschi sul Ticino,
i Boi e i Senoni superarono l'Eridano
(l'antico nome del Po) scacciando gli ultimi gruppi di resistenti.
Raggiunta la costa adriatica, i Senoni riuscirono ad occupare
un vasto territorio che fu chiamato poi dai romani ager gallicus,
i cui confini, come racconta Tito Livio, furono subito chiari:
le terre comprese tra il fiume romagnolo Utis (oggi il Montone)
e il fiume Esino, che scorre presso l'odierna Jesi. Così, mentre
Lingoni e Boi si stanziarono nella Pianura Padana settentrionale,
i Senoni popolarono la Romagna meridionale spingendosi fino
alla metà settentrionale delle odierne Marche.

Oltre ad avere un'invidiabile organizzazione militare,
i Celti si dimostrarono una stirpe civile e rispettosa:
l'occupazione dell'attuale Romagna non fu un bieco
sfruttamento, ma un fertile e duraturo insediamento,
che a distanza di oltre 2000 anni ha tramandato tra
le altre cose anche il dialetto romagnolo, derivato
dal latino ma con un consistente substrato celtico,
come ha rilevato il linguista Giacomo Devoto.

Avvento dei Romani

La permanenza dei Celti fu subito minacciata
dalla potenza dei Romani. Un pericolo di cui i Celti
si resero conto già prima della realizzazione di quella
Via Emilia che, iniziata nel 181 a.C., sarà il mezzo di
penetrazione romana nei territori. Nonostante tutto,
davanti all'imminente pericolo i Senoni e i Boi
rimasero disuniti, probabilmente per contrasti sul
controllo dei commerci nell'alto Adriatico.

Nel 390 a.C., per risposta all'avanzata romana,
i Senoni comandati da Brenno occuparono Roma
con un esercito che annoverava tra le proprie file
anche alcuni romagnoli dell'epoca. Ma è Roma la
predestinata alla vittoria: infatti nel 295 a.C.
con la vittoria a Sentino iniziò il tramonto dei Senoni,
che pochi anni dopo furono definitivamente sopraffatti.

Molte città della Romagna sono state fondate sotto
il controllo dei romani: Ariminum (Rimini),
Forum Livii (Forlì), Forum Cornelii (Imola),
Forum Popili (Forlimpopoli), ecc.


Epoca Repubblicana

Nel 192 a.C., quando Publio Cornelio Scipione
(detto l'africano) cacciò i Celti oltre il Po,
sarà la successiva battaglia di Milano a scacciare
i Galli oltre le alpi e a chiudere il loro dominio dopo
oltre tre secoli di stanziamento in Italia e in Romagna.

Nonostante la conquista romana,
l'eredità celtica non fu affatto cancellata.
L'occupazione fu infatti rispettosa dei predecessori:
Senoni e Lingoni non compromessi con Annibale furono
autorizzati a rimanere nei territori e, pare, beneficiarono
anche della distribuzione e della messa a cultura delle terre
attraverso il sistema di centuriazione romana.
Con il processo di romanizzazione lo "strato" celtico dei
romagnoli non scomparve, ma si sovrappose alla nuova
cultura imperante. Sotto il dominio della potenza Romana
e al centro della lotta fra Mario e Silla, la Romagna parteggiò
per Mario, al quale si alleò anche Ravenna, che eresse in suo
nome una statua nel foro. La scelta fu, però, deleteria,
perché intere città andarono distrutte nel corso della guerra civile:
toccò, ad esempio, a Forlì nell'88 a.C..
La città venne, più tardi, ricostruita dal pretore Livio Clodio.

Infatti, proprio a Ravenna si diresse la flotta di Metello,
luogotenente di Silla, che vi pose il centro delle sue operazioni.
Così, diretto verso la via Emilia,
Metello interruppe le comunicazioni mariane e poi sbaragliò a
Faenza gli uomini di Carbone e Normanno. Successivamente
arrivò la crisi della repubblica romana e l'avvento di quei
"regimi personali" che culminano con Cesare. Proprio Cesare,
che ancora ricorda le narrazioni delle grandi invasioni celtiche,
vide nella Gallia Cisalpina la chiave per la conquista dell'impero
e un territorio con le migliori truppe.
Era infatti la Romagna il consolato più ambito.

Il convegno di Lucca del 56 a.C. assegnò a Cesare
(come stabilito fra lui e Pompeo) il consolato
della Gallia per il 48 a.C.: ma quando il Senato fece
retromarcia e intimò a Cesare di cedere il governo della Gallia
e sciogliere il suo esercito, Cesare reagì da par suo.
Il 12 gennaio del 49 a.C. varcò il Rubicone,
al tempo confine invalicabile per un generale in armi ed
oggi corso d'acqua della provincia di Forlì-Cesena,
diretto verso Rimini e poi su Roma.
Da questo gesto incominciò la sua straordinaria avventura
che lo porterà alla vittoria su Pompeo nella battaglia
di Farsalo del 48 a.C. e al definitivo dominio di Roma.
Anche in questo caso la Romagna dimostrò una sorta di
"vocazione" ai grandi appuntamenti della storia.

Epoca imperiale

Con Augusto e l'epoca imperiale acquistò
crescente importanza Ravenna e il porto di Classe.
Come ci racconta Plinio nella sua Naturalis historia,
l'Italia è geograficamente suddivisa in 11 regioni.
La Romagna è compresa nell'ottava regione,
detta Gallia Togata Cisalpina e ha per confini l'appennino,
il Po e Rimini, o come dice il Rossetti "il Crustumium,
che si ritiene rappresentato dal fiume Conca:
quindi con ciò ne risulterebbe un terzo
spostamento del confine gallico, il quale sarebbe
così passato dal Rubicone al Conca".

La ripartizione del territorio italico cambiò con Traiano
prima e con Adriano poi: l'Italia era composta
da 18 province, suddivisione approvata da
Costantino nel 336 e poi ammessa
dall'imperatore Giustino. In questa importante
divisione la Gallia Cispadana era separata in due
province distinte, decima e undecima, chiamate
rispettivamente Emilia e Flaminia e aventi
Bologna e Ravenna come capitali.
Una divisione significativa di due territori che
già allora erano sostanzialmente distinti.

La Romagna

Nonostante le continue invasioni l'Esarcato
(favorito dalla sua ottima collocazione geografica
resistette ai longobardi, che non riuscirono a
penetrare nel territorio compreso tra il fiume
Sillaro e il Reno: l'"insula esarcale" (così veniva chiamata)
rimase l'unico punto della penisola retto da leggi,
costumi e sistema alimentare di derivazione romana.

È in questa circostanza che sorse il termine Romagna:
mentre il territorio sottoposto ai longobardi venne
denominato Langbard, da cui Longobardia (poi Lombardia),
l'insula esarcale divenne per contrapposizione "Romandiola",
"Romania" e poi "Romagna" Furono secoli decisivi per la
caratterizzazione culturale, giuridica, folklorica e produttiva
del territorio, ma soprattutto di differenziazione con Bologna
che, anche grazie all'apporto longobardo alla sua università
degli studi, assorbì fortemente la cultura degli occupanti.
Lo dimostra in modo inconfutabile la calata in Italia di
Federico Barbarossa contro i longobardi: mentre
Bologna partecipò alla Lega Lombarda e alla battaglia
del Carroccio (Legnano) nel 1176 e fece dello stendardo
il simbolo del suo emblema municipale, le città romagnole
rimasero indifferenti. Forlì, in particolare, desiderosa di
conquistare spazi di autonomia dal potere papale i più ampi
possibili, cominciò ben presto a coltivare le sue
caratteristiche tendenze ghibelline.

La "romanità" di queste zone ha avuto, pare,
influenza non piccola anche in campo artistico:
secondo Henri Focillon, infatti, l'arte romanica,
soprattutto in architettura, deriva dall'adattamento
dell'arte imperiale bizantina, ben presente a Ravenna,
ad altri ambienti, come quelli rurali, ad esempio.
Pertanto, già verso la metà del primo millennio
dell'era cristiana, nelle pievi delle campagne tra
Ravenna e Forlì il romanico aveva compiutamente
assunto quelli che saranno per secoli i suoi caratteri
definitivi. Stiamo parlando dell'area allora chiamata
"Romània" (da cui l'odierno "Romagna"),
cosa che giustificherebbe lo stesso aggettivo
"romanico": si tratterebbe appunto
dello stile "della Romania".

Diversità storiche fra la Romagna e l'area oggi
detta emiliana si riscontrarono in differenti settori
della vita economica e produttiva: nelle campagne
della Longobardia il ruolo centrale che le città avevano
giocato in età romana venne assunto da nuove realtà di
stampo rurale come le corti i villaggi o i potenti monasteri
di campagna. Al contrario, nella Romania la città continuò
a rappresentare - secondo il modello romano -
il perno della vita civile, amministrativa,
religiosa ed economica.

La valorosa storia dell'Esarcato terminò nel 751,
dopo un secolo e mezzo di gloriose vicende,
con la conquista da parte del potente Re longobardo,
Astolfo. Alla conquista longobarda seguì quella Franca:
nel 756 Pipino re dei Franchi cedette la
Romagna al Pontefice Stefano II. Così,
dopo una fase di alterne vicende nel controllo
politico della Romagna tra i longobardi e
l'arcivescovo di Ravenna, l'intervento dei Franchi
è decisivo per la soluzione del
conflitto in favore della Chiesa.

Risorgimento

Nel 1796 arrivarono in Romagna
i francesi di Napoleone. Pur nella presenza di alcuni
fatti tragici (sacco di Lugo, spogliazioni, pesanti contribuzioni),
si può affermare senza dubbio che la calata napoleonica abbia
portato una ventata di novità.
È proprio con Napoleone che al territorio romagnolo venne
conferito ufficiale riconoscimento con la nascita della provincia
del Pino (Ravenna) e del Rubicone (Forlì).

Purtroppo, Napoleone significò anche sommi torti:
nel 1800 il Bonaparte chiuse la gloriosa università di C
esena (vecchia di 5 secoli) in parte per non dare concorrenti
a Bologna e in parte per fare uno sgarbo a Pio VI,
irriducibile avversario cesenate.
Quando nel 1815 il Congresso di Vienna ripristinò lo status
quo ante i notabili legati al regime giacobino non ci stettero:
contro il ripristinato potere papale fioriscono società segrete
(di matrice massonica) e prendono vita rivolte che culminano
nei moti del 1820, 1830-31 e 1848.


Piazza Saffi, Forlì.Col tempo, l'opposizione si rinvigorì con
la propaganda mazziniana e l'azione garibaldina,
che trovarono in Romagna un terreno favorevole al loro diffondersi.
La massoneria romagnola si adoperò nel cosiddetto "risorgimento"
soprattutto sul versante repubblicano, nonostante la compresenza
di massoni di stampo sabaudo.
Ma i romagnoli pagarono un prezzo alto per le loro azioni:
dopo la costituzione del Regno d'Italia, la monarchia negò
la realizzazione di qualsiasi istituzione autonoma romagnola
temendo pericolose tendenze destabilizzanti.
Era troppo fresco il ricordo di figure quali Felice Orsini,
Piero Maroncelli e Aurelio Saffi. Storiche, politiche, etniche:
tutte le oggettive ragioni pro-romagna non superano
la pregiudiziale antiromagnola della monarchia.

Nel 1864 cadde definitivamente l'ipotesi, auspicata da
Vincenzo Gioberti e Carlo Cattaneo, di organizzare il
Regno d'Italia in termini federalistici e ci si incamminò
verso uno Stato centralista di matrice napoleonica.
Le presunte regioni divennero "Circoscrizioni di decentramento
statistico-amministrative" senza peso politico, semplici strumenti
operativi del potere. Tutto questo nonostante nel 1860
la Commissione istituita a Torino nel 1860 presso il Consiglio
di Stato espresse pieno assenso per un'impostazione federalistica.

Intanto la parola d'ordine rimase sempre
"stemperare nel moderatismo degli ex-ducati
il rivoluzionarismo romagnolo".
Fu questa la ratio che portò Farini a consegnare alla
monarchia una regione nata disseppellendo il termine
"Emilia", esistito soltanto all'epoca augustea, per la durata
di un secolo e per un territorio assai diverso dall'attuale e
con la sottrazione di Imola (città in cui Andrea Costa,
tra i grandi fautori di quel cooperativismo che tanto darà
alla Romagna,
fonderà il Partito Socialista Rivoluzionario Romagnolo)
alla provincia ravennate a favore di Bologna.
Tra le proteste, spicca quella di Carlo Cattaneo.

Guardando la storia, le divergenze tra la cosiddetta "Emilia"
e la Romagna sono profonde. Bologna è il capoluogo della
Romagna quando le città guida sono state Forlì e Ravenna.
Bologna non fu sotto i Senoni, si integrò coi Longobardi,
fu estranea al Ducato di Romagna, ebbe Signorie che mai
misero piede in territorio romagnolo. Infine,
Bologna provò un trattamento autonomo da parte
di Napoleone e la sua importanza nel preteso
"risorgimento" è sempre stata sul versante liberale.


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