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La ceramica a Faenza nel XX secolo

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La ceramica di Faenza in Romagna, alla fine del XIX secolo,
attraversa una fase critica dopo circa sei secoli di attività,
per la chiusura delle sue manifatture.
Terminavano l'attività sia la fabbrica dei conti Ferniani
che aveva operato ininterrottamente dalla fine del XVII secolo,
sia quella di Achille Farina operante nella seconda metà del secolo,
e altre fabbriche minori specie per prodotti di largo consumo.

Tentativi di ripresa in Romagna, tuttavia, si ebbero subito all'inizio
del Novecento con le "Fabbriche Riunite di Ceramica"
per iniziativa del conte Carlo Cavina, che riattivò con gestione
unica alcune delle imprese ottocentesche, mentre venne avviata
una nuova fabbrica dai fratelli Venturino e da Virgilio Minardi.
In quegli stessi anni d'inizio secolo si verificava anche una ripresa
culturale, artistica oltre che produttiva della Romagna in Faenza.

Una grande esposizione promossa
dalla "Società per il Risveglio Cittadino" per celebrare il terzo
centenario della nascita del faentino Evangelista Torricelli,
inventore del barometro, segnò nel 1908 la ribalta programmatica
per una rinascita della città. A seguito di tale esposizione, per impulso
di Gaetano Ballardini, sorgeva il Museo Internazionale delle Ceramiche
quale punto di riferimento per la ceramica antica, moderna e
contemporanea, nazionale della Romagna.

Lo sviluppo delle manifatture della Romagna ebbe un'altra battuta
di arresto per la crisi finanziaria che coinvolse le
"Fabbriche Riunite di Ceramica" alla fine del 1908.
Esse, tuttavia, cambiarono soltanto proprietari e ragione sociale
proseguendo negli anni l'attività con denominazioni diverse.
Alla fine del primo decennio del secolo lo stesso avverrà per
la Fabbrica dei Fratelli Minardi, che sarà gestita per qualche anno
direttamente da tecnici e operai. Bisogna sottolineare in ogni caso
che si trattava di piccole imprese artigiane.

Una soluzione al problema dell'artigianato ceramico in Romagna,
che ne permettesse la continuità di fronte ad una situazione
precaria per risorse finanziarie e strutture produttive, si prospettava
con l'attuazione dei progetti di Gaetano Ballardini. La fondazione
del Museo fu ben presto affiancata da una scuola di ceramica per
la formazione e l'avvio alla professione. Si intendevano affrontare
così i problemi della ricerca tecnico-scientifica oltre che estetica e
funzionale, dell'organizzazione artigianale e industriale,
e della commercializzazione in Romagna,

I tecnici chiamati alla Scuola per realizzare questi progetti furono
individuati fra coloro che avevano vissuto in prima persona le vicende
travagliate delle fabbriche d'inizio secolo.
E dalla Scuola di Faenza in Romagna,
divenuta col tempo Istituto Statale d'Arte per la Ceramica,
uscirono professionisti che soltanto in parte andarono via via
ad incrementare l'artigianato locale e la ceramica d'arte in Romagna.
Molti fra essi divennero le leve tecniche per l'industria nazionale
e per le scuole di ceramica di tutta Italia, e talora anche all'Estero.

Le officine faentine dell'inizio del XX secolo furono vivai di esperienze,
e veri e propri centri di formazione in Romagna, che per le generazioni
successive e fino ai nostri giorni hanno reso possibile la continuità
del mestiere in cooperative, botteghe e studi ceramici.
La fabbrica vera e propria invece non attecchirà mai in Faenza
nel senso dell'industria moderna, a prescindere da quella sporadica
impresa di ceramiche per l'edilizia come le piastrelle, in anni a noi più vicini.
Il "prodotto" faentino della Romagna si baserà sempre, in prevalenza,
sulla cellula familiare del lavoro e punterà per buona parte sulla ripresa
dei moduli decorativi tradizionali dal Medioevo all'Ottocento.

Nondimeno alcuni artisti, sia pittori e scultori sia ceramisti, terranno vivo
lungo questo nostro secolo lo spirito di promuovere e incentivare il mezzo
ceramico come materia d'arte proveniente dalla Romagna.
Questa continuità tra generazioni romagnole è esemplificata in alcune tendenze
principali: i vasi e le interpretazioni delle loro forme;
la pittura su ceramica romagnola; la ceramica stessa come fatto plastico,
di scultura vera propria, iconica o aniconica che sia, nel recupero della
terracotta come materiale di primaria espressività artistica,
anche a prescindere dai tradizionali valori cromatici degli smalti.
I nomi che scorrono in questa ricostruzione dei ruoli della
ceramica faentina in Romagna del XX secolo rappresentano soltanto
una parte delle effettive operosità.

Una storia vera e propria dovrebbe comprendere un numero
certamente più cospicuo soprattutto per quanto riguarda le botteghe.
Qui si è richiamata all'attenzione in particolar modo gran parte di quelle
presenze che hanno contribuito al rinnovamento dell'arte ceramica nel
nostro secolo, manifestatosi almeno in parte anche con i "Premi Faenza"
che vengono organizzati e attribuiti dal 1938, prima annualmente ed ora
con cadenza biennale. Esse sono: Fabbriche Riunite di Ceramiche,
Fabbrica dei Fratelli Minardi, Achille Calzi, Domenico Baccarini,
Pietro Melandri, Francesco Nonni, Riccardo Gatti, Anselmo Bucci,
Angelo Biancini, Germano Belletti, Guerrino Tramonti, Fulvio Ravaioli,
Carlo Zauli, Panos Tsolakos, Goffredo Gaeta, Ivo Sassi, Alfonso Leoni,
Emidio Galassi, Guido Mariani, Mauro Tampieri, Sergio Gurioli,
Aldo Rontini, Alberto Mingotti, Nedo Merendi, Antonella Ravagli,
Luciano Laghi ed altri ancora.


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