Storia di Stefano Pelloni detto il Passatore

Il Passator cortese

Nacque il 24 agosto 1824, in una casetta nella località detta Rocchetto o Boncellino di Bagnacavallo, ultimo di 10 figli. Com’era di aspetto Stefano Pelloni si può evincere da un disegno a penna del prof. Silvio Gordini di Russi, ora conservato nella Biblioteca di Faenza.  Si sa, inoltre, che il suo volto era, dal naso agli occhi, specie dalla parte destra, punteggiato di granelli di polvere da sparo dovuti ad una colluttazione con due pastori.
Il Passatore
E dai connotati personali del Pelloni trasmessi alle stazioni dei carabinieri e ai comandi di polizia della legazione di Ravenna nel dicembre del 1844 si legge sotto la voce segni particolari: sguardo truce. Sulla vita e sulle imprese di Stefano Pelloni, meglio conosciuto come "il Passator cortese", molto è stato scritto e molto si è favoleggiato.

Ancor oggi la sua popolarità è molto alta in Romagna e non solamente perché è stato scelto come difensore della genuinità dei vini romagnoli. Del Passatore si è narrato tutto ed il contrario di tutto. C'è stato chi l'ha definito perverso e bestiale, ed altri che ne hanno cantato le gesta elevandolo al rango di un mito. La sua cortesia fu cantata anche da Giovanni Pascoli.

Di certo non è errato dire che per più di due anni, dal 1849 al 1851, dominò i paesi delle Legazioni, cioè le province di Bologna, Forlì, Ravenna e Ferrara, sconfinando all'occasione anche nel Granducato di Toscana, tenendo in scacco sia il governo austriaco che quello pontificio.
Stefano Pelloni
Ciò potrebbe sembrare inverosimile, ma nei fatti invase e saccheggiò sette cittadine, derubò un numero elevatissimo di persone, ne uccise almeno otto, diede l'assalto diverse volte alla diligenza dello Stato pontificio con tanto di scorta ed organizzò e diresse una banda di svariate decine di banditi.

In età scolare Stefano Pelloni frequentò una scuola privata che sarebbe dovuto essere il primo gradino per farne un prete. Dopo essere stato bocciato un numero imprecisabile di volte ne uscì solo con l'equivalente della terza elementare, ma nei fatti probabilmente analfabeta. La sua scuola fu quindi il traghetto del fiume Lamone tra il comune di Bagnacavallo e quello di Russi, al seguito del padre che di lavoro faceva appunto il traghettatore o meglio, il passatore.

Nel suo lavoro conobbe, specialmente di notte, contrabbandieri, banditi e ladri. Stefano imparò a riconoscere la vita infima alla quale larghissimi strati della popolazione erano obbligati per colpa dell'ignoranza e dell'ozio dei loro padroni e aveva perciò sentito ribollire l'odio verso i ricchi. Si persuase che l'unica via d'uscita era quella della violenza. Oltre agli influssi sociali ed economici va anche aggiunto che per via del suo lavoro oltre a conoscere la maggior parte di coloro che violavano la legge ne divenne anche il confidente.

Non è difficile capire quindi come poté diventare ben presto il capo indiscusso di coloro che decisero di darsi alla macchia. Il brigante agì sempre favorito dallo stato di sfacelo in cui si trovava soprattutto la Romagna per via della dominazione pontificia. La gente era povera, viveva precariamente ed era obbligata a lavorare in cambio di poco per padroni incapaci di far fruttare la terra. I governanti erano spesso corrotti e a rendere incerto il futuro ci si misero anche le rivoluzioni del '31, '43, '45, '48, '49.Nel 1847 il Papa istituì la Guardia Civica che sostanzialmente arruolò tutti i cittadini che avevano interesse alla tutela della proprietà privata.

Pagina del «Giornale di Roma»
del 22 marzo 1851
che riporta la cronaca delle
azioni di Stefano Pelloni
e dei paesi da costui depredati.
La stessa venne abolita con la Notificazione nel 1849 ed obbligò tutti coloro che avessero un'arma a consegnarla. Fu poco prima di questa che Pelloni iniziò i suoi colpi e dopo ebbe via libera. Tra le gesta più famose del Passatore si ricorda quella di Forlimpopoli il 25 gennaio 1851 quando con la sua banda assaltò, durante una rappresentazione comica, il teatro (XIX sec.), situato nell’ala sud della Rocca quattrocentesca.

Qui saliti sul palcoscenico, all’apertura del sipario per il secondo atto, puntarono le armi contro gli spettatori intimando loro di dare un "contributo pecuniario". All’interno del teatro, oggi intitolato a Verdi, è collocata una lapide del poeta Olindo Guerrini che ricorda l’avvenimento. Per tre ore e tre quarti non era esistita tra Forlì e Cesena altra autorità che quella del Passatore. Tali azioni ai danni dei ricchi non potevano che riscuotere consensi tra la maggior parte della popolazione ridotta a stenti e la generosità con cui egli pagava gli aiutanti non poteva che accordargli una maggiore complicità di tutti. 

Non gli mancarono neanche i giusti agganci nelle istituzioni. Questi gli garantirono in diversi casi una copertura, ma non furono però sufficienti a salvargli la vita di fronte ad un traditore del suo ristretto gruppo. Nel 1851 quarantadue dei suoi uomini erano già in mano alla giustizia, ne restavano solo diciotto in libertà. Uno tra questi, tal Lodovico Rambelli, venne probabilmente "comprato" dal governo con la promessa, ad operazione finita, della possibilità di fuggire senza essere inseguito.

Il Passatore venne così scoperto la mattina del 23 marzo 1851 presso un capanno e venne ucciso in uno scontro a fuoco da Apollinare Fantini. Sul corpo infierì poi il capo del gruppo di soldati, tal Calandri, un romano inviato dal governo, al quale probabilmente faceva gola la taglia di 3 mila scudi romani pendente sulla cattura del Passatore.

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